Risalire l’alienazione: la profezia di Baudelaire tra i versi di Clery Celeste

Clery Celeste, Salvare il necessario, Pietre Vive Editore, 2023

di Alessia Iuliano

Cosa significa “necessario”? E cosa implica il passaggio di questo termine da aggettivo a sostantivo nel titolo e nella visione profetica della poetessa Clery Celeste?

Tommaso d’Aquino parlerebbe di “causa incausata”, “causa prima”, il Necessario da cui tutto deriva: Dio. Trovo interessante accostare la definizione tomista al titolo della seconda raccolta di Clery Celeste, Salvare il necessario (Pietre Vive Editore, 2023). Sebbene a una prima lettura abbia pensato che tra queste pagine non ci fosse la benché minima allusione al Necessario inteso come metafisico, divino, e che la poetessa stesse alludendo a un altro tipo di necessario – un’urgenza ineludibile e terrena – a distanza di quasi un anno dall’uscita del volume, mi sembra che in queste pagine ci sia anche qualcosa di ulteriore: un’ombra misteriosa, forse spirituale, pervade il testo.

Ma andiamo per ordine, l’opera di Clery Celeste si compone di cinque sezioni: quattro movimenti (Siamo costretti a chiuderci in casa, Luce nel mio sangue, Con tutta la pelle aperta, Questa cosa che mi abita dentro) e un controcanto (Di figlio in padre), per un totale, appunto, di cinque parti. Ciò che mi affascina molto di quest’opera, nella sua forma, è che la poesia di Clery si sviluppa immersa nella cruda e corporea realtà, entrando così in contrasto con tutto quel contesto teologico a cui ho accennato.

Viviamo vite separate

in questo strisciare d’auto,

ognuno dentro le sue costole,

metallo e plastica insieme.

Ci siamo fusi con le cose,

più nessun disperato respiro,

più nessun tentato rancore.

Vorrei concentrare l’attenzione dei lettori sugli ultimi tre versi del componimento: “Ci siamo fusi con le cose, / più nessun disperato respiro, / più nessun tentato rancore”; e ora permettetemi di farli dialogare con questi altri, in cui nientemeno che Baudelaire descrive il peggior vizio dell’uomo contemporaneo, la noia: “Se pur non fa alte grida, né grandi moine, / farebbe volentieri della nostra mente rovine / e in uno sbadiglio ingoierebbe il mondo”[1].

Ecco, a me sembra proprio che la poetessa ci stia raccontando le conseguenze di quelle rovine del cui pericolo Baudelaire ci metteva in guardia. Fin dalla prima sezione dell’opera, infatti, emerge chiaramente un senso di frattura fra l’individuo e il mondo che si rinviene anche nella frammentarietà del verso.

Abbiamo rinunciato alle foglie

marce dei fiori caduti in terra

per un'erba sintetica nel perimetro

sicuro e perfettissimo del niente,

del vento indotto, del verde

sradicato alla sua origine.

L’uomo ha perduto l’umano, ebbro di noia e privo di senno si è convinto “del niente, / del vento indotto, del verde / sradicato alla sua origine”. E si è fatto egli stesso creatore, per questo forse il Necessario da salvare è quello con la enne maiuscola. Il rischio è alto altrimenti: “Potete essere chiunque / tanto non sarò in grado di riconoscervi / il mostro del quale vi fidate è al sicuro”, scrive Clery. “Essere chiunque”, vale a dire essere nessuno, un numero, un individuo senza più un nome; è per questa ragione che mi pare ci sia nella poesia della Celeste tutto il grido di una condizione esistenziale in lotta per risalire dall’alienazione.

Senza pronunciare la parola

siamo abituati a sentimenti

del tutto bidimensionali.

Comprimiamoci pure ancora

nella vastità dello schermo.

Ecco il paradosso della modernità, cinque versi per dire la superficialità che rischiano le relazioni odierne, bidimensionali, compresse in uno smartphone.

La poetessa porge attenzione alla brutalità dell’esistenza, non al buono. Anche la luce, elemento che ritorna più volte nei testi, non offre consolazione, lo stesso io non è esente dalla disumanizzazione indolore.

Questa volta sono stata io

diventare disumana è stato semplice

radere al suolo ogni impianto collettivo,

nessun contatto visivo, nessun contatto

uditivo. Apriva la bocca come i pesci

il vecchio di fianco a me in treno

roteava gli occhi in una apnea indolore.

Sembra non vi sia alcuna via di salvezza, nessuna speranza nel panorama di desolazione tracciato dal verso della Celeste, e forse – come leggiamo in quarta di copertina – “soltanto superando l’illusione è possibile maturare una nuova consapevolezza della propria libertà […] per quanto dolorosa”. Che l’illusione citata abbia a che vedere con la falsa felicità? Quella legata al consumismo e al culto dei feticci? Se è così, allora ciò che ci deve interessare valorizzare è proprio quel dolore figlio dalla consapevolezza. Contro l’anestesia collettiva, l’antidoto che la poetessa sembra suggerire allo “strappo della vita” è l’amore diffuso, sebbene sofferto; come si evince leggendo questo testo, a mio avviso, tra i più belli dell’opera:

Arriverà e non sarà affatto come pensavi

l'amore ritorna sempre

composto o smembrato

sarà nel sorriso della cassiera

del ciclista che lascio passare

e se non sarà del mio cuore

va bene lo stesso, purché sia

mutata la misura sia comunque,

gli occhi aperti, come le braccia

e il resto del corpo.

Ecco la pienezza che non nasce da noi, ecco il mistero. Di seguito alcuni altri testi tratti dalle diverse sezioni:

Hai ragione quando dici che passo

il fuoco nelle mani, che rischio

di bruciare quel che trovo

ma cosa posso farci

se io prendo fuoco intera

se almeno nel dolore riesco a essere

una qualche forma di luce.

*

Nelle sere di disagio

ti sento che hai nel fiato

quell'odore di bestia

che bracca la volpe.

L'acchiappi da dietro, un volo secco

da cane che sa che

la stagione delle piogge

si allontana, che deve fare scorta

perché l'amore fa troppo male

ci rende deboli

portatori di semi.

*

Ho cercato le parole

ed erano tutte spezzate

sul diaframma. Il respiro cerca

e non smette

di respirare, fare a gara

in questa pancia

tutta vuota

a riempirla di cose

in cui non sei.

*

Non sarebbe cambiato niente

se anche fossi arrivato in tempo

per vedere l'ultimo spettacolare

strappo della vita. Mi dice proprio così

seduto in sala tac, adagiato con la schiena

un po’ molle.

— Note —

[1] Versi tratti da Rondoni Davide, L’allodola e il fuoco. Le cinquanta poesie che accendono la vita, La nave di Teseo, Milano 2017.

Nota comparsa per la prima volta su clanDestino

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