Le città di mare tra archetipo e paesaggio interiore
Sull’ultima opera di Michela Silla, Cosa c’è di vero nelle città di mare, Capire Edizioni, 2024, pp. 74, €11, 00.
di Alessia Iuliano
Cosa c’è di vero nelle città di mare di Michela Silla (Capire Edizioni, 2024) è un’opera che ho avuto il privilegio di conoscere da vicino, avendo contribuito con l’illustrazione della copertina.
Anche allora, nel creare la copertina, la mia mano esitava: come tradurre in immagine una raccolta che, fin dalla prima lettura, si è rivelata un mosaico di immagini liriche, potenti ed elusive?
È mito o realtà? Ci si chiede leggendo versi come:
“Il mare chiama, // ma la città è campo vuoto / ferito dal sole / che scava muri di case invecchiate.”
La raccolta non cerca di separare i due mondi. Mito e storia convivono in versi-frammenti sospesi tra la luce e il buio – un buio che non è mai pura oscurità, ma luogo di ambiguità e mistero. Questo equilibrio fragile e carico di tensione è, credo, il cuore dell’opera. Continuando a leggere lo stesso testo, infatti:
“Dove sono ora le fate, / i canti di sirene, le foreste? // Non torni più, non torni più / se segui la voce di fata o strega – / l’onda alta sui telai d’oro; // e puoi vedere o fuggire / sembra dire la voce.” [1]
Sin dal testo posto in apertura a quest’opera emerge uno dei temi centrali del libro: l’ambivalenza della vita. Le città di mare diventano archetipi di tale mistero al quale possiamo assistere o dal quale potremmo – il costo, sembra dirci la poetessa, è alto – desistere. Ma il punto resta questo: le città non sono solo luoghi qui, sono memoria e evocazione, paesaggi ricchi di contrasti. Da un lato c’è il fascino delle loro atmosfere, dall’altro la sensazione di nostalgia e perdita, come si avverte dall’aria “invernale” nella poesia che segue.
Fuori servizio il bus
la birra abbandonata
dal ragazzo apache,
la borsa zebrata;
anche l’alba
fuori servizio nella nebbia
non si sa svegliare.
Sono accese le luci di Natale. [2]
Questa dualità è cantata con una delicatezza che rende la poesia di Michela Silla simile a una conchiglia: capace di racchiudere tanto incanto quanto verità, e così che la conchiglia (anche, poi, quella in copertina) rappresenta l’ambiguità che si schiude all’amore. Inteso quest’ultimo come l’accettazione incondizionata di quella “folle beatitudine” anche chiamata dalla poetessa “allegria che tuona”, quel mistero che ti fa stare tra le cose mentre “la gioia ti solleva”.[3]
Ogni incontro che Silla ci presenta – nelle relazioni seppur imperfette, con il figlio e perfino con presenze sfuggenti – diventa a sua volta “città di mare”: un microcosmo da cui emerge l’urgenza di vivere e custodire. Penso, ad esempio, alla potente immagine della “madre con bambino a Roma Termini”, che difende la vita “dalla pioggia” o proprio al suo bambino, che diventa un “figlio mio [suo] dell’universo”, àncora e promessa. In questi versi, l’amore sovverte ogni priorità e diventa forza universale.[4]
Michela Silla fa, dunque, dell’amore un atto quotidiano di resistenza e cura. Un amore radicato negli incontri, nel corpo e nella sua memoria; siamo di fronte a gesti semplici come il “cucchiaino” porto a una bambina o lo sguardo al passato (“scrivevo: / per sempre – ti guardavo, / capivi”). Emerge che l’amore, anche nella sua imperfezione, è sufficiente a sostenere la vita: “Sappiate che è bastato / sopra tutto / amare.”[5]
I versi di Michela Silla non si esauriscono con la lettura; continuano a risuonare, lasciando domande che vanno ben oltre il libro. Forse le città di mare che ci invita a visitare non sono altro che frammenti di un paesaggio interiore: l’abisso delle emozioni e della memoria che abita ciascuno di noi. E ancora, forse l’autrice ha colto in quel mistero, che tanto ci spaventa, non il punto di partenza della ricerca, ma il punto di arrivo, quando ancora non avremo capito niente: “la mattina presto l’aria pungente / che dice: sei ancora qui // e non hai capito niente.” [6]
L’amore è tutto lì: nella bocca
che copia d’istinto la sua
quando le porgi il cucchiaino
e schiude le labbra la tua bambina.
Rosa il cielo e le canzoni
lungo la strada per il mare
oggi come allora
sui banchi di scuola scrivevo:
per sempre – ti guardavo,
capivi.
*
Il ragazzo col cappello
guarda il cellulare,
la notte vola via.
Gli sollevo un poco il viso
quando mi passa accanto.
Di colpo l’incanto
da lontano, da non so dove
la tenda scostata
lo spillo di luce.
Al mio sorriso alza lo sguardo,
ricorda dove stiamo andando?
*
Arriva la voce dal buio che non so
quando chiami: mamma – unica parola
unica corda a cui aggrapparti;
ma si infrange l’ultima vocale
la tua a finale
insegue l’alba
tra miracolo e morte.
Poi mi tocchi,
salvo?
*
Niente come prima,
solo la lingua sgretolata
di vento nello sguardo
innalza ogni mistero,
traguardo.
— Note —
[1] Cfr. M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, p. 15
[2] M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, p. 24.
[3] Cfr. M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, pp. 16, 20, 32.
[4] Cfr. M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, pp. 23, 51.
[5] Cfr. M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, pp. 19, 29.
[6] Cfr. M. SILLA, Cosa c’è di vero nelle città di mare (2024), Capire Edizioni, Forlì-Firenze, p. 65.
Nota comparsa per la prima volta su Versolibero