Nel gioco della vita,
nella partita più grande mai esistita,
tra re e regine vince unicamente chi ama.
La lettera aperta di Stefania Carminati ad Alessia Iuliano, per Dopo la favola.

Lo dici a chi ami - tu sai “nell’acqua, nel pianto pacificare”. Metti a soqquadro passato e futuro quando piangi per chi non ti ha amata come avrebbe dovuto, voluto: ieri imparavi le bugie e domani rinascerai creatura nuova, che non sarà più sua.
La recensione
Non so come farai a superarti di nuovo, a scrivere una nuova opera che oltrepassi questa ma sempre evolvendosi, che aggiunga dell’altro: mi sono chiesta, incollata alle pagine della tua raccolta, come facessi ad essere già nell’oltre, così naturalmente lanciata verso un infinito modo di amare che valica il presente in cui vivi. Non c’è scelta migliore di riservare al lettore (che, se un po’ ti ha conosciuta, già intuisce, formula risposte) la domanda esistenziale per eccellenza: “chi sono?” - però chiesta a tua madre, una figura che tra tutte sa chi è Alessia Iuliano, cosa ha vissuto, e che risponde: “Fiamma”.
Al momento attuale, quello della scrittura, appari proprio come un fuoco vivissimo - decidi di mostrarlo in quelle che definisci come “non poesie d’amore”. Sostieni che siano di “rabbia incendiaria”, rimugini su quanto quell’ “ultimo fuoco” avresti dovuto essere tu e qualcun’altro, ora il tuo nome - dici - brucia di un altro nodo. Eppure si scorge, grande e manifesta, un rogo che tutto trascina al cuore: le cose bruciano perché le ami. Questa combustione è un modo intenso di amare, di scoppiare nel sentimento. Poi ho scoperto il perché. Dall’altra parte c’è l’acqua, l’acqua di tutti i pianti antichi, l’acqua che compone sottile quel “vapore” dell’infanzia - “l’acqua è bambina”. E allora da quel tuo fuoco che è passione rapinosa, sentimento che trascina in piena, attraverso il ricordo rievochi una bambina che è pioggia. Anzi, non la rievochi, perché sempre ti compone. Lo dici a chi ami - tu sai “nell’acqua, nel pianto pacificare”. Metti a soqquadro passato e futuro quando piangi per chi non ti ha amata come avrebbe dovuto, voluto: ieri imparavi le bugie e domani rinascerai creatura nuova, che non sarà più sua.
Quelle parole “ora pozzanghere” hai saputo tramutarle in bracieri roventi, e la tua è oggi la voce di una giovane donna che ama nella vampa, non nell’umida caverna di chi per proprio vissuto personale non riesce a darsi. E tutto questo si rende evidente nella sezione “Per i cieli sopra i Tir”, quando capisci che alla domanda in apertura c’è una sola e unica risposta: “sono amore”. E che sei, che siamo amore, lo diffondi a chi non se ne è ancora accorto, a chi non può accorgersene. Dici “tutto l’amore lo sento di questo tempo”, prospetti “finché saremo amore”, chiedi “proverai ad essere felici?”. Quando immagini altre terre lo fai in nome di questo sentimento che ti è sigillo. Le immagini sono finalmente svuotate dalle “ore di ieri”, sei figlia di un padre ben più grande, ora pronta a tramandare la più preziosa eredità di sempre, per molti banale ma inarrivabile: alla felicità si arriva esercitando dolorosi e vivissimi sentimenti.
Poi mi stupisco, perché io la risposta la sapevo già a Montalto, già dalla tua poesia avrei dovuto capire questo punto di arrivo enorme, quando dicevi che del sole “la ferocia e la dolcezza si amano tutte, si amano entrambe”. La tua poesia chiarisce il percorso, sussurra con dolcezza cosa sei diventata o cosa sei sempre stata, scongiura l’acqua come una guida sapiente che ci indica come si compie il prodigio al di là del dolore. Siamo davvero dopo la favola, ma il tuo disincanto è ancora la voce che ci legge la più bella delle lezioni nel cuore della notte, e suona pur sempre come una favola.
L’illustrazione è il marchio più spontaneo e personale che potessi apporre, perché non è didascalica e si comprende al termine di questo percorso: nel gioco della vita, nella partita più grande mai esistita, tra re e regine vince unicamente chi ama.