La lezione di Barnett e Klassen: un pero e un melo non sono lo stesso albero?

“Non bisogna mai esaurire un argomento al punto che al lettore non resti più nulla da fare. Non si tratta di far leggere, ma di far pensare.”
Charles- Louis de Montesquieu

Quando terminai la prima volta la lettura di Sam e Dave scavano una buca (Terre di mezzo, 2015) mi tornò alla mente proprio questa citazione di Montesquieu. Avevo appena ricevuto le chiavi di accesso ad una realtà meta, per dirla alla maniera di Zuckerberg, ma non avevo idea del suo campo d’azione, se avesse o meno una fine, se ero stata catapultata anche io – come i due protagonisti del racconto? – in un altrove dal quale probabilmente non avrei fatto ritorno uguale a come ero prima: spettacolare e inquietante. Questi, i due aggettivi che mi sentii di accostare immediatamente all’albo, la cui trama asciutta offertaci dall’autore Mac Barnett (traduzione di Davide Musso) è accompagnata, amplificata o, meglio, illustrata dalle tavole – soltanto apparentemente semplici – di Jon Klassen.

Nel volume dedicato alla storia del picturebook americano, Barbara Bader sottolinea una qualità degli albi illustrati che spesso viene dimenticata, ovvero la natura di interdipendenza del rapporto dialettico tra parola e immagine, una natura che rende l’albo illustrato esattamente quell’oggetto editoriale e non un libro qualunque. Un codice composito verbo-visuale in ragione del quale Sam e Dave scavano una buca non si potrebbe leggere privato dello straordinario lavoro di sintesi compiuto da Klassen.

Tuttavia, a degli occhi meno esperti o semplicemente disattenti, il tratto imperfetto, le sagome quasi ritagliate delle figure e certe semplificazioni volutamente infantili potrebbero in qualche modo lasciar intendere che qui le illustrazioni sono tali semplicemente perché rivolte a quel pubblico dai 4/5 anni a cui, in effetti, lo stesso editore consiglia la lettura. Tutto qui?

Certo che no. Già a partire dalle prime pagine di servizio – cosa che raramente accade in un libro – c’è un messaggio, la storia è già iniziata. La doppia pagina di Klassen è esplicita: due bambini con una pala in mano accompagnati dal loro frizzante cagnolino escono dalla propria casetta, vogliono scavare una buca, di fronte a loro c’è un albero.

È un lunedì. Sam e Dave scavano la buca, si fermeranno soltanto quando troveranno qualcosa di spettacolare, e la buca diventa profonda, i ragazzini finiscono sottoterra da capo a piedi. Il cortocircuito, la meta-narrazione, è già iniziato.

Scavando, i due protagonisti, si dividono e, nonostante questo, schivano non uno, ma due e più diamanti, il cagnolino non ci avvisa, Klassen però sì: ci offre una visione onnisciente, le sue tavole si sviluppano dialogando perfettamente con l’impaginazione del testo, suggeriscono che qualcosa di spettacolare c’è. E a questo punto ad un lettore di 6 anni potrebbe anche scappare una risata.

In ogni caso, le domande iniziano a formularsi, il piacere di leggere cede il passo alla fretta di sapere come finirà la storia e succede che l’albo in questione mi pare il più plausibile antecedente cartaceo di alcuni episodi di quella nota serie Netflix, Love Death Robot, piena di suspense, veloce e con un velo di ambiguità a impastare di senso parole e immagini: Cosa succederà? Come finisce? Troveranno o meno qualcosa, e cosa?

Sam e Dave continuano a scavare, fanno pausa, riprendono e poi: colpo di scena. Iniziano a cadere giù, per molto tempo, moltissimo tempo. Klassen ancora una volta ci regala una illustrazione evocativa, duplicando i nostri protagonisti per tante volte quanto il numero in cui compare, nella pagina affianco, la parola “giù”. Alla fine i due atterrano sul morbido, sono anche soddisfatti dell’avventura. Ma sono davvero tornati a casa?

Spettacolare e inquietante, scrivevo all’inizio. Perché così pensai la prima volta e su questi aggettivi vorrei rifletteste. Non c’è un finale, molteplici ipotesi sì. Credo sia questo il motivo per il quale mi sento di consigliare la lettura di questi due autori in combo ad un bacino di lettori più o meno compreso tra i 4 e i 90 anni. Perché, se oltre alle parole leggessimo le immagini, così come ci insegna Klassen, scopriremmo che sì, i due bambini sono soddisfatti, e il loro segugio ha un nuovo osso da mordicchiare, ma l’albero di mele ora è di pere, e il tulipano in veranda è ora una margherita e ancora, il collarino del micio prima era rosa mentre in queste pagine finali…

Che sia trascorso tanto tempo? Che i due giovani esploratori abbiano raggiunto una realtà parallela? O che prima tutto avesse un significato e che attraverso il viaggio, adesso, sono in grado loro – i ragazzini – e noi lettori di guardare con occhi diversi il mondo, scoprendo che un melo e un pero non sono, effettivamente, lo stesso albero?

Non penso lo sapremo mai, però mi piace pensare che questo albo – spettacolare e inquietante – suggerisca (anche soltanto un pochino) di cogliere quell’unicità rappresentata da ogni pero, melo, colore, pianta e, sicuramente, esperienza.

Alessia Iuliano – articolo pubblicato per la rubrica di #letteraturainfantile su Pangea – Rivista avventuriera di cultura e idee. (03/12/21)