Giornata mondiale della gentilezza 2022

Oggi è la giornata mondiale della gentilezza.

Ed in molti ne hanno abbondantemente parlato. Essere gentili, essere solidali con i più bisognosi, essere attenti nei confronti dell’altro, della natura, del mondo.

Oggi in tanti hanno ricordato, come un mantra, le parole di Mark Twain, la gentilezza è una lingua che il sordo può sentire e il cieco può vedere. Ed è stato bello leggere sui social, cogliere tra un discorso e l’altro della gente, l’attenzione per questa ricorrenza, la giornata mondiale della gentilezza.

Siamo arrivati a questa celebrazione grazie al Giappone, grazie al Japan Small Kindness Movement, fondato nel 1988 a Tokyo… da lì, poi, la ricorrenza si è estesa fino a diventare una celebrazione mondiale.

Ma cosa vuol dire essere gentili?

Il dizionario italiano del Corriere della Sera ci dice che gentile è colui/colei dai modi amabili e garbati, una persona che denota educazione, cortesia; una persona capace di sentimenti nobili ed elevati, nell’animo e nei gesti.

Ma non ci spiega, però, la natura di un tale atteggiamento.

Parlo di atteggiamento e penso all’habitus latino, quell’insieme di pratiche spontanee, naturali che secondo Pierre Bordieau concorrono a costituire la naturalezza dell’individualità dell’uomo; ciò che consente agli uomini di prendere decisioni, orientarsi fra le scelte, osservare il mondo e attribuirgli un significato. Qualsiasi azione, volontaria o meno, è frutto di un’elaborazione implicita dell’habitus.

Ecco, credo, utopisticamente come sempre, che non dovrebbe affatto esistere una giornata mondiale della gentilezza, se quest’ultima viene intesa come habitus, atteggiamento con cui ciascuno di noi dovrebbe stare al mondo e nel rapporto con il mondo e quindi con chi il mondo lo abita.

Ma sono una romantica. E la mia è una visione ideale perciò, nella pratica, irrealizzabile.

Ecco che si vede necessario ricorrere alla celebrazione di oggi, per sensibilizzare, per tramandare un messaggio di speranza, per fare in modo che la gentilezza di oggi diventi naturalezza un domani.

Essere gentili, in effetti, vuol dire stare in una relazione sana, accogliente, di cura, col mondo. Essere gentili è un po’ come non essere – e dice bene Twain – sordi e ciechi davanti ai bisogni altrui. Ma non solo, c’è anche un aspetto più intimo e personale in gioco: come posso essere capace di amore e gentilezza per l’altro, se non sono capace di questi sentimenti per me stesso?

Attenzione, non sto parlando di egoismo, ma di ascolto di sé. Di questi tempi, specialmente l’uomo occidentale non sa veramente ascoltarsi, conduce una vita che non gli piace, fa cose che non ha voglia di fare, segue determinate tendenze, condivide determinati valori (determinati da chi?), e poi però si ricorda del 13 novembre ed eccolo: #giornatamondialedellagentilezza.

Fatto l’hashtag risolto il problema… ehm, no.

Il rischio è quello di svuotare le parole di significato: “Okay, sono stato fedele ai trend, adesso ho fatto la mia parte”. – Amico mio, guardati allo specchio, ti stai perdendo… sigh!

La gentilezza non è un trend come il Cörsivœ fatto spopolare dalla nota influencer, la quale proprio da qualche giorno ha dato alle stampe anche il manuale (famigerato…); non c’è un manuale per la gentilezza, se non l’adozione di una educazione atta a responsabilizzare verso sé stessi e gli altri.

E con l’educazione, lo sappiamo, si parte da piccini. Ecco, il mio pensiero oggi va a tutti coloro i quali si occupano di educazione: mamme, papà, maestre/i, insegnati, formatrici/formatori; perché le parole non perdano significato occorre una semina costante e concreta. Una giornata soltanto non potrà bastare.